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Das Böse Büro

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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · Aug 01, 2026
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Le etichette sono il contrario del pensiero.

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Sui font, e autocompiacimento.

Ho già ricevuto diverse email sul nuovo font del blog. Secondo alcuni sarebbe «difficile da leggere»; secondo altri, più sinteticamente, «fa schifo». Il punto, però, è un altro: OpenDyslexic è un font concepito per facilitare la lettura alle persone dislessiche. Non significa che funzioni necessariamente per ogni persona dislessica, né che esista un font miracoloso capace di risolvere la dislessia. Significa soltanto che è stato progettato tenendo conto di alcune difficoltà che possono presentarsi durante la lettura. È successo che una persona dislessica mi abbia scritto per email. Mi ha detto che i post gli piacciono, ma che faceva molta fatica a leggere quelli più lunghi proprio a causa della dislessia.

Così ho deciso che perdere qualche punto percentuale di eleganza tipografica fosse un prezzo piuttosto modesto, se in cambio potevo aiutare concretamente una persona a leggere quello che scrivo. Era una cosa che potevo fare senza particolare fatica, e quindi ho deciso di farla.

A chi il nuovo font non piace rimangono comunque diverse alternative. Potete usare il vostro lettore RSS e scegliere il carattere che preferite, oppure iscrivervi alla newsletter, ricevere i post per email e leggerli con il font che volete.

Ma quando un essere umano chiede una mano, e quella mano gliela si può dare senza togliere nulla di sostanziale agli altri, gliela si dà. Se conoscete font migliori di OpenDyslexic, suggeritemeli.



Detto questo, comincio con l’autocompiacimento.

Sto scrivendo Xenomorph: un’istanza del Fediverso scritta in Ada/SPARK.

In passato mi avete sentito bestemmiare parecchio riguardo al fatto che ActivityPub sia uno standard scritto coi piedi, da persone che dovrebbero dedicarsi alla coltivazione dei cetrioli per uso interno.

Ed è vero.

Aktor era una fork di qualcosa che, nel corso degli anni, era riuscito a collezionare quasi tutte le stranezze consentite dal protocollo e, con quelle stranezze, a costruire qualcosa che funzionasse davvero.

Ma continuava a sapermi di resa.

E io non mi arrendo. Nessun ferrarese si arrende. Se ci fosse stato un ferrarese al comando, gli Alleati starebbero ancora cercando di conquistare Cona.

Anzi, torniamo ancora più indietro: probabilmente Alarico starebbe ancora cercando di attraversare il Po.

E quindi non mi sono arreso. Ho deciso invece di studiare come funziona un coso piccolo che funziona davvero, il cui autore, anziché aggiungere ogni possibile stravaganza prevista, tollerata o accidentalmente suggerita dal protocollo, ha seguito l’approccio opposto: ha tolto delle cose.

Sembra un metodo assurdo, specialmente nel software moderno, dove ogni problema viene affrontato aggiungendo altri tre framework, sette dipendenze e un orchestratore. Ma snac2 funziona. È piccolo, minimalista, non ha bisogno di un database ed è scritto in C.

Così, siccome il ferrarese non si arrende e, già che c’è, alza anche la posta, ho deciso prima di capirlo e poi di riscriverlo in Ada/SPARK.

Perché Ada/SPARK?

Ada, di per sé, è un linguaggio di nicchia. Viene usato soprattutto negli ambiti nei quali un errore non produce soltanto una schermata bianca o un ticket su Jira, ma può fermare un treno, compromettere un sistema aerospaziale o mandare fuori controllo un’applicazione mission critical.

Questo avviene principalmente per due ragioni.

  1. Ada può essere un linguaggio estremamente sicuro perché è pedante. Il sistema dei tipi è severo, molti controlli sono incorporati nel linguaggio e il compilatore tende a rifiutare situazioni che altri linguaggi accetterebbero con entusiasmo, lasciando poi al programmatore il piacere di scoprirle in produzione.

Ma, se ci fermassimo qui, oggi si potrebbe rispondere: va bene, prendete Rust.

  1. Ada dispone però anche di SPARK, cioè di un sottoinsieme del linguaggio accompagnato da strumenti di analisi e verifica formale.

Verifica formale significa che posso specificare, mediante precondizioni, postcondizioni, invarianti e altri contratti, ciò che una funzione può ricevere, ciò che deve produrre e quali proprietà deve conservare.

A quel punto GNATprove genera gli obblighi di prova e tenta di dimostrare matematicamente che l’implementazione rispetta quei contratti. Può inoltre dimostrare, entro il perimetro analizzato e sotto le assunzioni dichiarate, l’assenza di intere classi di errori a runtime: accessi fuori dai limiti, overflow, letture di variabili non inizializzate e altre amenità normalmente lasciate all’utente finale.

Non significa che basta scrivere una postcondizione e il computer, per educazione, la dichiara vera. Significa che il verificatore deve riuscire a dimostrarla. Quando non ci riesce, occorre modificare il codice, rendere più precise le specifiche, aggiungere invarianti oppure riconoscere che una certa proprietà non è stata dimostrata.

L’ecosistema Rust sta sviluppando strumenti di verifica formale come Kani, Creusot e Verus, e sarebbe assurdo fingere che non esistano. Ma si tratta ancora di strumenti differenti, con approcci e livelli d’integrazione diversi, che non costituiscono un ambiente unico e maturo paragonabile a quello costruito intorno ad Ada e SPARK.

Anche nel mondo Go esistono progetti accademici di verifica, come Gobra. Del resto Go ha finito per riscoprire diverse idee che un programmatore Ada trova familiari: semplicità deliberata, compilazione severa, concorrenza trattata come parte centrale del linguaggio e una certa ostilità verso le acrobazie sintattiche. Non direi che Go discenda direttamente da Ada, ma in alcuni punti sembra essere arrivato, per un’altra strada, nello stesso quartiere.

SPARK, invece, non è un esperimento appena uscito da un laboratorio universitario. Le sue radici risalgono a parecchi decenni fa; la generazione moderna, SPARK 2014, è disponibile da oltre dieci anni ed è impiegata nello sviluppo di software ad alta integrità e mission critical.

In altre parole, è un prodotto maturo.

Ed è precisamente per questo che ho deciso di usarlo per scrivere un server ActivityPub: perché, quando il protocollo è stato progettato da persone che sembrano considerare l’ambiguità una forma d’arte, l’unica risposta ragionevole è costruire l’implementazione usando un linguaggio che considera l’ambiguità un crimine.



Naturalmente, non tutto è matematicamente dimostrabile.

Se mando una richiesta a un server remoto, devo attraversare la rete, arrivare fino al server, ottenere una risposta e riceverla senza che qualcosa si rompa nel frattempo. Non ho un accidente di metodo per prevedere che cosa mi ritornerà il server, se risponderà davvero, se la connessione cadrà a metà o se, dall’altra parte, qualcuno abbia implementato ActivityPub consultando i fondi di caffè.

Quella parte del sistema rimane esterna, impura e sostanzialmente ostile.

Ma non ho bisogno di prevedere ogni possibile modo nel quale possa andare storta.

Posso decidere in anticipo che cosa considero una risposta accettabile.

Per esempio:

«Voglio una risposta HTTP entro un certo timeout, con uno dei codici che considero validi, un corpo entro una certa dimensione e un oggetto ActivityPub che rispetti le condizioni che mi servono».

Quella è la proprietà che mi interessa.

Tutto il resto può essere cassato con un unico verdetto:

«Non è ciò che volevo».

Non devo necessariamente distinguere, nel resto del programma, tra DNS fallito, connessione rifiutata, certificato scaduto, timeout, 404, 503, JSON deforme, campo mancante o server remoto posseduto dal demonio.

Posso anche distinguere questi casi, se mi servono per i log, per decidere quando ritentare o per produrre diagnostica. Ma questa è gestione operativa degli errori, non è il cuore della verifica formale. Il cuore della verifica è un altro.

Costruisco un wrapper che esegue la richiesta, applica i timeout, riceve la risposta e la sottopone a tutti i controlli necessari. Alla fine, il wrapper restituisce soltanto uno di due risultati:

«Sì: ho ottenuto esattamente una risposta appartenente all’insieme di quelle che considero accettabili».

Oppure:

«No: non ho ottenuto ciò che avevo richiesto».

A quel punto posso verificare formalmente che non esista una terza possibilità.

Il wrapper non può restituire al resto del programma un oggetto mezzo valido, un JSON parzialmente decodificato, una struttura inizializzata a metà o qualche avanzo radioattivo del parser. O produce un valore che soddisfa le condizioni stabilite, oppure dichiara il fallimento.

Non sto dimostrando matematicamente che Internet funzioni.

Sto dimostrando che il programma accetta soltanto ciò che ho definito formalmente come valido, e che tutto il resto viene respinto.

Questo è molto diverso dal tentativo di modellare ogni possibile disgrazia della rete.

La rete può fallire in un milione di modi, alcuni dei quali non sono ancora stati inventati. Non mi interessa elencarli tutti. Mi interessa dimostrare che nessuno di quei modi possa produrre accidentalmente un risultato che il programma tratti come buono. Il timeout fa parte dello stesso confine.

Non dimostra che il server risponderà entro il tempo previsto. Stabilisce che una risposta arrivata fuori da quel limite non appartiene all’insieme delle risposte che accetto. Dal punto di vista del contratto, è semplicemente un altro caso di:

«Non è ciò che volevo».

Lo stesso vale per i codici HTTP.

Posso decidere che, per una certa operazione, accetto soltanto 200 OK. Oppure 200 e 202. Oppure un insieme più complesso di codici, purché associati a un contenuto che soddisfi determinate condizioni.

Qualsiasi altra risposta viene respinta.

Non devo formalizzare filosoficamente la differenza tra un 401, un 429 e un 503, a meno che quella differenza non mi serva davvero. Per la proprietà che voglio dimostrare possono essere tutti ricondotti allo stesso risultato:

«La postcondizione richiesta non è stata ottenuta».

In altre parole, posso scegliere il risultato che voglio e trattare tutto il resto come mancato soddisfacimento del contratto operativo.

È precisamente questo che rende utile il wrapper.

Trasforma un universo incontrollabile di comportamenti esterni in una domanda binaria:

«Ho ottenuto qualcosa che soddisfa la proprietà richiesta?»

Sì oppure no.

Ed è questa riduzione a essere verificabile.

Lo stesso principio vale per la scrittura su disco.

Quando chiamo una funzione di scrittura non so davvero che cosa stia accadendo sotto di me. Posso essere su un disco locale, su NFS, su un volume fornito da Amazon, dentro una macchina virtuale o sopra una catena di cache che promettono tutte di essere affidabili con l’aria di chi sta per vendermi un’assicurazione.

Ma anche qui non devo modellare ogni possibile guasto.

Posso decidere quale risultato considero sufficiente.

Per esempio, posso stabilire che l’operazione abbia successo soltanto se:

il file viene scritto;

viene chiuso senza errore;

viene riaperto;

il contenuto viene riletto;

la lunghezza e i byte , o un hash, corrispondono a quelli originali.

Oppure posso confrontare un hash, se questo è sufficiente per la proprietà che voglio ottenere.

A quel punto il wrapper restituisce soltanto:

«Sì: il file è stato scritto, riaperto e verificato secondo i criteri stabiliti».

Oppure:

«No: non ho ottenuto quella proprietà».

Anche qui, non devo necessariamente esportare al resto del programma la differenza tra disco pieno, permessi insufficienti, mount NFS scomparso, errore di rete, file troncato o contenuto differente.

Posso registrarli separatamente, naturalmente. Ma per la logica verificata possono essere tutti un solo caso:

«Il risultato richiesto non è stato ottenuto».

La riapertura del file non dimostra che quei dati sopravvivranno per sempre, né che si trovino davvero su un supporto fisico non volatile. Dimostra una proprietà più limitata e molto precisa:

«Nel momento della verifica, ciò che ho riletto corrispondeva a ciò che volevo scrivere».

È questa la proprietà che il contratto deve esprimere.

Non bisogna promettere più di quanto il wrapper possa osservare. Ma non bisogna neppure promettere meno.

Se il wrapper si limita a controllare il valore restituito da write, potrà garantire soltanto che la chiamata ha dichiarato di avere accettato i dati.

Se chiude, riapre e confronta, potrà garantire qualcosa di più forte.

Se aggiunge una sincronizzazione, potrà appoggiarsi alle garanzie che quella sincronizzazione offre nel sistema concreto.

In ogni caso, la struttura logica rimane la stessa:

  • definisco la proprietà che voglio;
  • eseguo tutte le operazioni necessarie per verificarla;
  • restituisco vero soltanto quando quella proprietà è stata osservata;
  • riduco ogni altra situazione a falso.

SPARK non rende deterministici Internet, NFS o Amazon.

Permette di costruire un confine nel quale il programma dice:

«Questo è esattamente ciò che considero accettabile».

E poi dimostrare formalmente che soltanto ciò che supera quel confine può essere trattato come valido.

Il resto non deve essere compreso, catalogato o trasformato in una tassonomia bizantina degli errori.

Il resto è semplicemente:

«Non è quel che volevo».


Voi capite che aggiungere alla sfida anche la verifica formale, come se stessi scrivendo il codice dell’istanza federata destinata a girare sulla ISS, è una specie di «vedo e rilancio» che piace molto ai ferraresi etnici come me.

Non lo capisco?

Nessun problema.

Adesso lo capisco, lo ripeto con parole mie e, già che ci sono, ve lo dimostro pure.

Potete quindi immaginare il burst di autostima che sto ricevendo dal fatto che Xenomorph, a questo punto, stia federando correttamente.

Ho finalmente capito il codice di snac2. L’ho preso, l’ho smontato mentalmente, ne ho ricostruito la logica e l’ho ripetuto con parole mie: in Ada.

E siccome limitarsi a vincere sarebbe stato poco ferrarese, adesso sto anche umiliando l’avversario sconfitto mediante verifica formale.

Non snac2, sia chiaro, non era quello l'avversario.

snac2 ha fatto il suo lavoro, e lo ha fatto bene. Chapeau.

L’avversario sconfitto è ActivityPub: uno standard scritto coi piedi, che prima ho dovuto capire, poi tradurre in un linguaggio decente e infine costringere a rispettare dei contratti matematicamente verificabili. Insomma: prima l’ho capito.

Poi l’ho riscritto.

Adesso gli sto spiegando perché funziona.

Godi, troia.



Così ho deciso di vantarmene un po’.


Come si dice a Ferrara: «A fag tut mi».

Faccio tutto io.

Ricapitolando:

  1. Ho adottato OpenDyslexic come font del blog, nel tentativo di rendere la lettura meno faticosa almeno per alcune persone dislessiche. Se conoscete un font sostenuto da prove più solide, possibilmente dimostrato efficace e non soltanto pubblicizzato come tale, fatemelo sapere.
  2. Ho finalmente creato la mia istanza del Fediverso, alla faccia di quel protocollo austroungarico e ritardato che è ActivityPub.
  3. Mi sento particolarmente bene per entrambe le cose, in un modo che soltanto i ferraresi possono capire davvero: quella soddisfazione un po’ autarchica che deriva dal guardare un problema, constatare che nessuno ha intenzione di risolverlo come si deve e concludere, serenamente, che toccherà fare tutto da soli.
  4. Se vi ho incuriosito su Ada/SPARK, e volete scrivere codice certificabile per missili e aerei di sesta generazione, ecco QUI.

A fag tut mi, appunto.

E poi dicono.



UPDATE: DIETRO SUGGERIMENTO DI ALCUNI UTENTI, SONO PASSATO AD UN FONT IDEATO DAL BRAILLE INSTITUTE, DISTRIBUITO GRATUITAMENTE, ATKINSON HYPERLEGIBLE
Uriel Fanelli

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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · Jul 17, 2026
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“Compound Postnucleare”, in Molise un morso identitario che sopravvive anche a chi lo mangia

Mi sono sentito particolarmente ispirato da una amabile recensione superpettinata, QUI IL LINK e ho ricordato di aver visitato, usando la linea Molise-Bielefeld, una trattoria deliziosa e sublime, che ho deciso di recensire usando lo stesso tono, aulico ma anche spaccapalle, pretenzioso ma anche velleitario, semicolto ma anche completamente e visibilmente ignorante. Per la serie , “devo farmi una cultura, mi dia il libro piu' noioso che ha”. Un capolavoro del pettinatismo con presentazione degna di Masterchef.

Al Quaternonaio Gatemalteco, Vulvatron Lo Cascio mette in dialogo memoria contadina, scarsità postatomica e tofu rotazionale. Il risultato è un piatto audace, complesso e non necessariamente legale

Ci sono trattorie capaci di essere molto più di una trattoria. Luoghi nei quali il concetto stesso di commestibilità viene interrogato, decostruito e infine lasciato agonizzare dietro il frigorifero.

Succede al Quaternoinaio Gatemalteco, insegna appartata nell’entroterra molisano, in una località che Google Maps continua ostinatamente a collocare nel Mare Adriatico. Qui Vulvatron Lo Cascio, cuoca autodidatta, antropologa del morso e artificiera per parte di madre, porta avanti da anni una ricerca personale sulla cucina di sottrazione, fermentazione e deterrenza. Fotografia di Zuliani/C'Thorr.

image.png

Tre stelle Michelin, una stella nana bruna e un’intera galassia di Star Trek non bastano a raccontare il suo percorso. «Non cucino per nutrire», chiarisce Lo Cascio mentre affila una melanzana. «Cucino per lasciare una domanda aperta, possibilmente nel tratto gastrointestinale».

Il piatto che meglio sintetizza la sua filosofia è il Compound Postnucleare tradizionale, preparazione ancestrale della civiltà contadina molisana dopo l’Evento, quando le nonne lavoravano ciò che offriva la terra e la terra, comprensibilmente, offriva soprattutto rottami, isotopi e ortaggi con opinioni politiche autonome.

Alla base troviamo una melanzana di Palermo di Sotto, ecotipo raro coltivato a undici metri sotto il livello stradale, in terreni argillosi attraversati dalla linea ferroviaria Campobasso–R’lyeh. La polpa viene prima affumicata su vecchie traversine, poi marinata per settantadue ore nel ricordo dell’aceto e infine compressa sotto un’edizione completa dell’enciclopedia Treccani.

Ne deriva una consistenza fondente ma guardinga, capace di cedere al morso senza tuttavia fidarsi completamente del commensale.

Sulla melanzana Lo Cascio dispone una trama di filo spinato, scelto da piccoli produttori locali che ancora lo intrecciano a mano secondo il disciplinare DOCG di Guardiaregia. Non è un elemento puramente decorativo: la sua verticalità metallica introduce una masticazione prudente, quasi diplomatica, obbligando il palato a rallentare e a interrogarsi sul concetto occidentale di gengiva.

Arrivano poi le bacche di tritolo settembrino, raccolte esclusivamente nelle mattine senza vento. Hanno una dolcezza nervosa, immediata, seguita da una lunga persistenza deflagrante. Vulvatron le candisce in uno sciroppo di cicoria e acqua pesante, riuscendo così a smussarne gli angoli più aggressivi senza tradirne la naturale capacità di demolire una veranda.

Il territorio incontra quindi l’astrologia grazie al pistacchio di Bronte del Capricorno: non un semplice pistacchio, ma un frutto raccolto quando Saturno transita nella seconda casa e il coltivatore avverte un vago senso di inadeguatezza professionale. Tostato al buio e pestato con risentimento, regala una nota grassa, minerale, severa. Un pistacchio che non cerca di piacere, ma pretende rispetto.

A questo punto compare Sara Jay, non tanto come ingrediente quanto come unità internazionale di opulenza. La sua presenza è evocata attraverso una riduzione concentrata di cultura popolare, internet a banda larga e sovrabbondanza americana. È il passaggio più esplicito del piatto, quello che porta volume, memoria e una certa difficoltà nel mantenere la conversazione su temi gastronomici.

A legare gli elementi c’è una salsa di molibdeno a chilometro zero, ottenuta da molibdeno allevato allo stato semibrado nelle campagne di Isernia. Il metallo viene munto all’alba, abbattuto termicamente e montato con olio extravergine fino a ottenere un’emulsione grigio industriale, lucida, quasi sentimentale.

La salsa ha il compito di dare profondità e continuità al boccone. La sua nota minerale accompagna la dolcezza balistica delle bacche, mentre una lieve sensazione di officina meccanica ripulisce il palato e prepara alla componente più spirituale della preparazione.

Parliamo del tofu sufista che gira ancora sul proprio asse.

Prodotto da soia contemplativa e cagliato al suono di un flauto ney, il tofu viene fatto ruotare per quaranta giorni attorno a un piccolo perno di rame. Il movimento non viene arrestato al momento del servizio: arriva al tavolo ancora immerso nella propria danza, costringendo il commensale a intercettarlo con la forchetta nel breve intervallo tra l’illuminazione mistica e la forza centrifuga.

È proprio questa rotazione a dare dinamismo al piatto. Il tofu, neutro solo in apparenza, raccoglie la salsa di molibdeno e la distribuisce nello spazio circostante, sui commensali e talvolta sul soffitto. La sala entra così nella preparazione: non più semplice luogo del consumo, ma paesaggio commestibile condiviso.

Il primo morso è una scossa.

C’è la dolcezza profonda della melanzana, subito contraddetta dalla tensione ferrica del filo spinato. C’è il frutto del pistacchio, austero e zodiacale, che incontra la nota calda delle bacche di tritolo. C’è la componente pop di Sara Jay, che allarga il gusto senza chiedere permesso. Infine arriva il molibdeno, scuro e verticale, seguito dalla freschezza centrifuga del tofu, fondamentale per resettare non soltanto il palato, ma anche la disposizione dei mobili.

Tanti elementi concentrati in pochissimo spazio, con il rischio evidente di sovraffollare, sovrastare o evacuare il locale. Eppure Vulvatron Lo Cascio dosa ogni componente in maniera maniacale e millimetrica, protetta da una visiera in policarbonato e da due assistenti del Genio militare. E il risultato... arte.

image.png

Il risultato è un piatto complesso, identitario, stratificato. Un piatto che racconta il Molise reale e quello possibile, la cucina delle mamme radiose e radioattive e quella delle nonne sopravvissute, la fame antica e la moderna necessità di firmare una liberatoria prima dell’antipasto.

Non è un assaggio facile. Non cerca compromessi, non accarezza il commensale e non concede appigli rassicuranti. Ma quando convince, è da innamoramento immediato.

Quando non convince, interviene direttamente il Nucleo NBCR.

Uriel Fanelli

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"Ma lo hanno tutti"!

Per puro caso, discutendo d’altro sul fediverso — e non sto puntando il dito contro nessuno, sia chiaro — mi sono ritrovato a parlare della famosa questione: «Ma i miei amici non vogliono contattarmi su Matrix, XMPP o qualsiasi altra cosa.» Dicono che WhatsApp ce l'hanno tutti!

La risposta, in genere, è sempre la stessa: tutti usano quell’altra piattaforma, quindi sei tu la pecora nera. Sei tu quello che si rifiuta di fare ciò che fanno tutti gli altri, pur sapendo benissimo quali siano i rischi.

Com’è andata?

Nei primi tempi, quando cominciavo ad addentrarmi in progetti sempre più grandi, tra cui uno di big data analytics, provavo due sensazioni estremamente fastidiose ogni volta che partecipavo a qualche evento sociale: pizzate, bowling, cinema e cose del genere.

Poi sono arrivati i primi figli, e il bowling è sparito. Anche il cinema non se l’è passata molto meglio.

Sono stati sostituiti da parchi, parchi giochi e altre amenità che piacciono ai bambini e che gli adulti fingono di trovare interessanti perché, in fondo, non hanno molta scelta.

Ma rimanevano comunque attività sociali. Si parlava di tutto, si organizzavano le occasioni successive e, prima o poi, si finiva inevitabilmente a discutere di come contattarsi e di come rimanere in contatto.

Ed era lì che cominciavano le strane discussioni.

Io dicevo, che so:

«Mi trovi su Goocle Chat.» Che poi era Jabber/XMPP.

Finché Google Chat ha continuato a usare XMPP, potevo spacciarlo semplicemente per «Google Chat», e la cosa funzionava.

Non sembrava particolarmente strana: Google lo usava, quindi doveva essere normale.

Poi Google ha smesso, e Jabber ha cominciato a diventare «quella strana roba da hacker che usa solo lui».

A quel punto, due sensazioni hanno cominciato a diventare prevalenti.

Convincerli a cambiare era impossibile, e ricevevo sempre le stesse risposte idiote. Alla fine, tutto questo mi ha portato a chiedermi:

«Per quanto tempo dovrò continuare a sentirmi quello pazzo, stupido e privo di buon senso ogni volta che esco con i miei amici?»

E poi:

«Come dovrei sentirmi a trascorrere il mio tempo con persone che considero sempre più un branco di idioti?»

E ancora:

«Per quanto tempo devo continuare a sentirmi solo e isolato quando esco con persone che dovrebbero essere “i miei amici”?»



Le cose peggiorarono con l’arrivo dei figli.

Sapevo bene che già un fotoshopper discretamente capace poteva prendere le immagini dei pargoli e trasformarle in materiale pedopornografico. Non servivano tecnologie futuristiche, laboratori segreti o intelligenze artificiali senzienti: bastavano un computer, un po’ di tempo e competenze nemmeno particolarmente eccezionali.

E sapevo anche che, prima o poi, sarebbe diventato possibile ricavarne animazioni di qualsiasi tipo. Che fossero le IA, qualche nuova tecnica di elaborazione video o qualsiasi altra cosa, il punto era irrilevante. La tecnologia sarebbe arrivata. Era soltanto questione di tempo.

Così vietai, in maniera del tutto consapevole, di mettere online immagini di mia figlia.

Un ordine che oggi, da maggiorenne, mia figlia capisce e apprezza. All’epoca, invece, causò un putiferio.

Specialmente quando, con l’adolescenza, la questione smise di essere:

«Non mettiamo in giro le foto della neonata.»

e diventò qualcosa di molto più diretto:

«No, signorina. Tu quella roba online non la metti.»

La fortuna di vivere in Germania fece sì che ci fosse effettivamente molta più gente attenta alla privacy, e alcuni — non tutti — la pensavano come me. Finì quindi che ebbi degli “amici preferiti” con cui fare certe cose, cioè persone con le quali non fosse necessario ricominciare ogni volta da zero la discussione sull’opportunità di pubblicare qualsiasi frammento della vita dei figli.

Ma sia con gli amici italiani sia con gli amici expat non ci fu verso.

Per la donna italiana, la salute e la bellezza dei figli fanno spesso parte del concorso:

«Guarda quanto bene funziona la mia fica.»

È quindi un concorso di bellezza per uteri, e di conseguenza i figli devono essere ESIBITI, dentro una competizione permanente tra madri: il famoso “utero funzionante deathmatch” o, se preferite, “The Call of Cervix”.

Ogni compleanno, vacanza, recita scolastica, costume di carnevale, giornata al mare e visita dai nonni diventa materiale promozionale. Il bambino non è più soltanto una persona: è la prova pubblica del successo biologico, estetico e sociale della madre. O meglio, del suo utero funzionante.

Adesso che la stragrande maggioranza di quelle fotografie ha contribuito ad addestrare le IA criminali usate per creare filmati pedofili, immagino che saranno tutti contenti.

Dopotutto, i loro figli sono già delle star, no?

Comunque, le due sensazioni di cui parlavo sopra diventavano sempre più forti.

Una volta, durante una cena di famiglia, una parente mise online sia la lussuosità della nuova camera da letto della madre anziana, sia una quantità di informazioni sufficiente a localizzare l’abitazione.

Poi, quando la portò in viaggio per il suo compleanno, pubblicò anche le date durante le quali sarebbero state all’estero.

Perché la ricchezza deve essere esibita. Sempre.

Non basta possedere qualcosa. Occorre che gli altri sappiano che la possiedi, quanto costa, dove si trova e, già che ci siamo, in quali giorni nessuno sarà in casa a sorvegliarla.

Le dissi di non farlo. Le spiegai che stava fornendo direttamente ai delinquenti le coordinate della casa da svaligiare.

Mi diede, più o meno, dell’imbecille davanti a tutti.

Quando partì per le vacanze, le svaligiarono la casa.

A quel punto mi chiamò per chiedermi come rimuovere tutto da internet.

Io non risposi al telefono.

Dovette fare un giro più largo, passando attraverso altri parenti, per riuscire a contattarmi.

Ma nelle discussioni continuava a usare la formula:

«Gli zingari sono esperti, sanno sempre in quali case cercare.»

Anziché dire la cosa più semplice e più vera:

«Gliel’ho detto io, in quali case cercare, ci sono andati, e non hanno neppure ringraziato. Ingrati.»

L’irritazione accumulata quella sera, quando mi aveva dato praticamente dell’imbecille per averle dato un consiglio sensato, cominciava ad arrivare al limite.

Perché una cosa è ignorare un consiglio. Un’altra è ridicolizzare chi te lo dà, subire esattamente la conseguenza prevista e poi rifiutarsi comunque di riconoscere il rapporto tra ciò che hai fatto e ciò che ti è successo.




Un altro momento topico fu quello degli esperti in iPhone.

Insieme alla mia azienda stavamo progettando e costruendo un intero hosting center destinato a gestire il sistema di pedaggi di una media nazione europea.

Era grande.

E soprattutto, il tipo di attrezzature con cui avevamo a che fare non era decisamente “consumer”. Non stavamo scegliendo il colore di una cover, né discutendo se la nuova fotocamera facesse meglio le foto al tramonto. Stavamo parlando di infrastrutture, continuità operativa, ridondanza, sicurezza, gestione dei dati e sistemi che dovevano funzionare sempre, perché se si fermavano non smetteva di funzionare un telefono: si fermava un pezzo di un paese.

Ma lui conosceva tutte le novità dell’ultimo modello di iPhone.

Quindi apriva bocca per contraddirmi ogni volta che dicevo:

«Ragazzi, possono profilarvi online.»

E lui rispondeva:

«No, perché se nel tuo iPhone vai qui e premi questa icona, allora hai la privacy.»

Immagino sia stato profilato come “comodo idiota” in qualche sparse matrix di Meta.

E non era nemmeno l’unico caso.

Anche se non mi riguardava direttamente, c’era uno che di mestiere lavorava allo sportello di una banca e, per questa ragione, veniva considerato il massimo esperto disponibile di finanza, macroeconomia e quindi, per riflesso automatico, anche di politica monetaria.

Perché, naturalmente, se consegni carte di credito e spieghi ai clienti dove firmare, allora devi anche conoscere nei dettagli il funzionamento della BCE, la struttura dei mercati obbligazionari e gli effetti sistemici della politica dei tassi.

Ok.

Il problema di questi personaggi è che voi costruite hosting center, mentre loro leggono Applicando, eppure gli esperti sarebbero loro.

Perché loro conoscono — o credono di conoscere — la tecnologia consumer.

E quindi, se gli dite che quando sono online vengono spiati, profilati, classificati e inseriti in segmenti commerciali, loro vi contraddicono. Hanno visto una schermata. Hanno premuto un pulsante. Hanno letto una descrizione rassicurante scritta dal reparto marketing.

«Il nuovo iPhone ha l’icona viola per non mandare i tuoi dati a Facebook. Per questo oggi Facebook rischia di fallire.»

Ta-dah.

La rivoluzione contro le grandi multinazionali, guidata da quel gruppo di noti bolscevichi che dirige Apple.

E quindi, alle altre domande, si aggiunse “per quanto altro tempo acconsentirai di sentire la tua competenza calpestata e derisa da uno che conosce le icone di Apple? “





Il momento in cui la goccia fece traboccare il vaso arrivò quando una di loro rifiutò di installare un client Matrix, perché era:

«Troppo stress installare un’app soltanto per te.»

Dovevo essere io a installare WhatsApp.

E, in astratto, la cosa avrebbe anche potuto avere senso.

Mia madre, ottantottenne, ha difficoltà a distinguere icone di colore simile, a meno che io non le ingrandisca fino a dimensioni tali da far sembrare il telefono equipaggiato con quel vecchio sistema operativo mobile di Microsoft.

Come cazzo si chiamava?

Windows Mobile.

Ecco.

Nel suo caso, aggiungere un’applicazione significa davvero aggiungere complessità. Significa ricordare un’icona nuova, capire dove si trova, distinguere una notifica dalle altre e imparare un gesto in più. Posso capire che per lei sia uno stress.

Ma la tipa che mi parlava in quel modo aveva installato sul telefono tutta l’immondizia possibile del market.

Tre applicazioni per l’oroscopo. Una per il makeup. Due applicazioni per leggere qualche cazzo di gossip in treno. Due applicazioni di dating. Ed era sposata.

Insomma, aveva una quarantina di applicazioni, il cui backup era praticamente impossibile, e piangeva ogni volta che cambiava telefono. Di quelle quaranta applicazioni, almeno trenta erano alla moda, inutili o entrambe le cose.

Ma installarne una per parlare con un “amico” era:

«Troppo stress.»

Quella era la misura precisa del valore che attribuiva a quell’amicizia.

Non il costo dell’applicazione, che era nullo. Non il tempo necessario, che era di pochi minuti. Non la difficoltà tecnica, visto che riusciva perfettamente a installare qualsiasi altra stronzata attirasse la sua attenzione.

Il problema ero io.

O, più precisamente, il fatto che parlare con me non valesse nemmeno lo sforzo richiesto per toccare il pulsante “Installa”.

E la cosa più interessante, nonostante le onde telluriche prodotte dalle mie palle ormai in rotazione sincrona con la nostra stella primaria, fu che l’idea risolutiva me la diede proprio lei.

Parlando con altre madri ormai single, infatti, continuava a discutere delle famose “red flag” da applicare agli uomini incontrati sulle varie applicazioni di dating.

Questo ha detto una certa cosa: red flag.

Quello si comporta in un certo modo: red flag.

Quell’altro ha un rapporto strano con la madre: red flag.

E così iniziai a chiedermi:

«Ehi, ma… e se questa cosa delle red flag valesse anche per gli amici?»

Era una teoria convincente.

Dopotutto, non esiste alcuna ragione per cui dovremmo selezionare con attenzione le persone con cui andare a letto, ma accettare senza alcun criterio quelle con cui passiamo il nostro tempo, condividiamo problemi, organizziamo serate e costruiamo una parte importante della nostra vita sociale.

Così cominciai ad applicare il metodo.

Una red flag, e diventavo freddo.

Due red flag, e se c’erano loro io non venivo all’uscita.




Oggi come oggi, ho amici molto diversi da quelli che avevo prima.

Capiscono di privacy. A suo tempo hanno fatto le scelte giuste riguardo alle fotografie dei figli online. Non ascoltano i consigli finanziari dell’usciere di una banca. Ridono di chi usa un iPhone e si crede al sicuro perché c’è iCloud.

E soprattutto, quando sono con loro non mi sento né solo né pazzo.

Non devo più difendere l’idea che un rischio esista soltanto perché non si è ancora materializzato davanti ai loro occhi. Non devo aspettare che succeda qualcosa di irreparabile perché una precauzione elementare venga finalmente considerata ragionevole.

E il giorno in cui scoppierà lo scandalo delle fotografie di persone qualsiasi trasformate in film pornografici, e diventerete tutte attrici di porno interracial anal usando le immagini in bikini che avete messo online per anni, mi divertirò moltissimo a non rispondere al telefono.

Come già successo in passato.

Nessuno mi viene più a spiegare quanto male faccia il 5G, giusto prima di partire per due settimane di spiaggia, in un bagno infernale di radiazioni ionizzanti, circa 10¹⁴ volte più potenti del 5G.

«Tanto ho la crema a protezione 60.»

Che, se funzionasse davvero contro le radiazioni ionizzanti, non ti abbronzeresti affatto.

E soprattutto non devo più seguire gruppi di fascistoidi che riescono a farti sentire woke, estremista e isolato soltanto perché pensi che, tutto sommato, sia stato giusto chiudere Auschwitz.

A un certo punto bisogna smettere di chiedersi quanto ancora si debba sopportare per conservare certe amicizie, e cominciare a chiedersi se quelle persone siano davvero amici.

Io me lo sono chiesto.

E siccome non posso cambiare gli amici, ho cambiato amici.



So benissimo quali possano essere le conseguenze sulla vita personale.

Ma:

  • Avere degli amici NON è uno sport di coppia. Potete avere amici diversi, separati e persino incompatibili tra loro.
  • I “gruppi delle mamme” che si scambiano consigli avrebbero senso soltanto se nel gruppo fosse presente un pediatra. O almeno una IA decente.
  • Il parto non è uno sport di squadra. Difficilmente le amicizie nate lì sono vere amicizie, quando assomigliano piuttosto a concorsi di bellezza per cervici usate.
  • Il fatto che siate andati a scuola insieme non significa nulla. È stato il ministero a mettervi nella stessa classe.
  • Il fatto che siate vicini di casa non significa nulla, a meno che non si tratti della chat del condominio.

Insomma, è ora di cominciare a usare le red flag anche con gli amici, e di costruirsi dei giri nei quali si sta bene.

E nel giro nel quale sto bene, contattarmi su Jabber non è un problema.

Sarebbe un problema se io fossi su WhatsApp.




Ovviamente mi direte che e' una scelta estrema. Davvero?

Mi si puo' raggiungere in diversi modi.

Ultimo, ma non meno importante:

  1. Le persone possono comunicare con me via email, dal momento che gestisco un mio server di posta in entrata, privo di spam, perche' cosi' ho deciso scrivendo il codice.
  2. Le persone possono comunicare con me tramite XMPP con OMEMO, visto che ospito una mia istanza.
  3. Le persone possono comunicare con me sul Fediverso, e ho persino sviluppato un mio server per impedire che i loro allegati finiscano su S3 — o in qualche posto ancora peggiore.
  4. Le persone potranno comunicare con me anche tramite Matrix, dal momento che sto sviluppando un server leggero conforme alla direttiva Chat Control. (Cioè abbastanza piccolo da restare sotto la soglia necessaria perché la direttiva si applichi, cancellando i contenuti multimediali e facendo tutto il resto del caso.)
  5. Se siete vecchi e vi piaceva usenet, ho sviluppato una applicazione chiamata Tribes che usa nntp per il client, su localhost, e si connette con tutte le altre usando IPFS/Libp2p. Dovete solo scaricarla e farla partire. Zero manutenzione.

Quindi, quando qualcuno ha già l’email (serve per registrare i telefoni, cribbio!) , dispone di altri tre modi per comunicare con me e ha scaricato metà dell’immondizia disponibile nell’app store — una quarantina di applicazioni quasi tutte inutili — ma non riesce comunque a sopportare il peso di installarne una in più, forse vale la pena ricordare che le red flag non esistono soltanto nelle relazioni sentimentali.

Si applicano anche alle amicizie.

Sì, sono un cazzo di Scorpione.

Ma ho anche dei difetti.


Uriel Fanelli

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Difesa UE. Sfatiamo qualche mito.

Quando i giornali italiani, che sono corrotti dagli americani sino alla nausea (Vero Rampini?) parlano di difesa europea, dimenticano sempre di omettere un “piccolo” dettaglio. Ovvero, il fatto che il trattato di difesa ci sia gia', e che sia addirittura stato usato, solo in maniera diversa. Vediamo perche'.

Esiste un trattato di difesa europeo, analogo alla NATO?

Sì. È previsto dall’articolo 42, paragrafo 7, del Trattato sull’Unione europea — la cosiddetta clausola di difesa reciproca. Il testo stabilisce, in sostanza:

Se uno Stato membro subisce un’aggressione armata sul proprio territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro potere.

L’obbligo è quindi reale e giuridicamente vincolante, non una semplice dichiarazione di solidarietà. È richiamato anche il diritto di autodifesa individuale e collettiva previsto dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ci sono però alcune precisazioni importanti:

  • non dice esplicitamente che ogni paese debba automaticamente dichiarare guerra o inviare truppe;
  • ciascuno Stato determina concretamente quali mezzi fornire, anche se l’assistenza deve essere effettiva;
  • rispetta la neutralità o la particolare politica di difesa di alcuni Stati membri;
  • per i membri della NATO, il trattato precisa che la NATO resta il fondamento della loro difesa collettiva.

Quindi è simile all’articolo 5 della NATO, ma non identico. Anzi, sul piano letterale la formulazione europea «con tutti i mezzi in loro potere» è piuttosto forte rispetto a quello NATO. Esiste inoltre l’articolo 222 del Trattato sul funzionamento dell’UE, chiamato clausola di solidarietà, che riguarda soprattutto attacchi terroristici e calamità naturali o provocate dall’uomo, non la normale aggressione militare da parte di uno Stato.

Se qualcuno si chiede il perche' delle resistenze a far entrare l'Ukraina nella UE, ha la sua risposta.


L’obbligo giuridico esiste già: ogni Stato deve prestare «aiuto e assistenza con tutti i mezzi in suo potere». Però l’articolo 42(7) non stabilisce:

  • chi accerta formalmente che vi sia stata un’“aggressione armata”;
  • una procedura precisa di attivazione;
  • entro quanto tempo intervenire;
  • quali forze o risorse ciascun paese debba fornire;
  • una catena di comando militare europea automatica;
  • sanzioni specifiche per uno Stato che offra un aiuto puramente simbolico.

Non serve neppure una decisione formale del Consiglio europeo per attivarlo: nel 2015 la Francia lo invocò direttamente dopo gli attentati di Parigi, e poi negoziò bilateralmente con i singoli Stati membri quale forma dovesse assumere l’assistenza. Questo ultimo dettaglio è particolarmente fetente.

Il fatto che la Francia abbia effettivamente attivato l’articolo ci dice anzitutto che esiste, almeno informalmente, un meccanismo per invocare il trattato. E non funziona come l’articolo 5 della NATO, dove l’attivazione passa attraverso una decisione politica collettiva e dove tutti devono, in qualche modo, riconoscere che si sia verificato un attacco rilevante per l’Alleanza.


Qui sembra bastare che uno Stato membro dichiari di essere stato aggredito e di ritenersi in pericolo. Da quel momento, l’obbligo di assistenza esiste. Il modo concreto in cui gli altri Stati lo adempiono viene discusso dopo, caso per caso, anche bilateralmente.

La seconda cosa particolarmente fetente è che quasi nessuno conosce l’esistenza di questo obbligo. Quasi nessuno sa che sia già stato invocato, quando sia avvenuto, né quale tipo di assistenza la Francia abbia poi negoziato con gli altri Paesi.

Il risultato è che l’Unione europea possiede già una clausola di difesa reciproca, l’ha già utilizzata almeno una volta, ha già prodotto conseguenze operative, ma tutto questo è rimasto sostanzialmente fuori dal dibattito pubblico.

Una specie di alleanza militare in stato gassoso: giuridicamente esiste, politicamente viene usata, ma nessuno sembra voler ammettere fino in fondo che cosa sia.



Supponiamo quindi che Putin aggredisca gli Stati baltici. Che cosa succede?


La prima reazione sarebbe, ovviamente, quella prevista da decenni: Estonia, Lettonia e Lituania invocherebbero il trattato NATO e chiederebbero l’attivazione dell’articolo 5.

A quel punto Trump metterebbe il veto, oppure impedirebbe comunque che si formi il consenso politico necessario. La NATO rimarrebbe paralizzata proprio nel momento per il quale, teoricamente, era stata costruita: un Paese membro sarebbe sotto attacco, ma l’Alleanza non riuscirebbe a decidere una risposta comune.

Questo, però, non lascerebbe gli Stati baltici senza un secondo strumento.

Prevedibilmente, invocherebbero immediatamente la clausola di difesa europea. E da quel momento si aprirebbe un secondo tavolo, diverso da quello della NATO.

Non un tavolo pubblico, con una procedura già definita, una catena di comando evidente e una decisione politica solenne. Comincerebbe invece una trattativa tra governi: chi manda truppe, chi fornisce difesa aerea, chi concede basi, chi apre i propri aeroporti, chi trasferisce munizioni, chi protegge le infrastrutture e chi si limita al supporto logistico.

E gran parte di questa trattativa avverrebbe attraverso canali non pubblici, quindi scarsamente politici nel senso democratico del termine. Diplomazie, ministeri della Difesa, stati maggiori e servizi negozierebbero direttamente il tipo e la quantità dell’assistenza.

La guerra, insomma, potrebbe cominciare sotto gli occhi di tutti. Ma la costruzione della risposta europea avverrebbe quasi interamente dietro le quinte.



E questo è un problema.

Nel senso che neppure la NATO è nata tutta insieme, già completa di comandi integrati, procedure, strutture permanenti, piani operativi e meccanismi per gestire l’escalation. È nata in uno stato embrionale non troppo diverso da quello nel quale si trova oggi la clausola europea, e poi si è costruita gradualmente, aggiungendo un pezzo alla volta.

Ma lo ha fatto credendo di avere una guida.

Quella americana.

Nel caso europeo, invece, il salto in avanti dovrebbe essere compiuto direttamente durante l’emergenza. La reazione andrebbe coordinata mentre l’attacco è già in corso, concordandola con gli Stati baltici e con tutti i Paesi disposti a intervenire.

E sia chiaro: se un Paese non fosse d’accordo, non essendo richiesta l’unanimità in questa trattativa, gli altri potrebbero semplicemente procedere senza di lui.

Potrebbero, per così dire, andare in full berserk.

A differenza della NATO, infatti, non esistono processi consolidati di mitigazione dell’escalation, strutture comuni incaricate di rallentare le decisioni, procedure prestabilite per impedire che un singolo governo reagisca troppo in fretta o troppo duramente.

L’Ungheria non ci sta?

Pazienza. Si farà senza l’Ungheria.

La Slovacchia non vuole partecipare?

Benissimo. Gli altri continueranno.

Perché il trattato, da questo punto di vista, è chiaro: gli Stati membri hanno un obbligo di assistenza. Non dice che debbano prima raggiungere l’unanimità sulla forma precisa della risposta, né che uno di loro possa impedire agli altri di intervenire.

In questa situazione, considerando che il meccanismo è già stato utilizzato dalla Francia — e che ancora oggi non è molto chiaro quali aiuti abbia chiesto, a chi, con quali tempi e attraverso quali canali — il trattato europeo non appare semplicemente carente.

Appare incredibilmente flessibile.

Talmente flessibile da non poter essere paralizzato con un veto.

Ed è proprio questa la parte più inquietante: la mancanza di una struttura formale non significa necessariamente assenza di capacità d’azione. Può significare, al contrario, che ogni coalizione disponibile può costruire la propria risposta, in tempo reale, senza aspettare l’autorizzazione di tutti gli altri.



Nella nostra simulazione, quindi, gli Stati baltici vengono assaliti e chiedono aiuto.

A quel punto qualsiasi Stato europeo che ritenga minacciata anche la propria sicurezza potrebbe decidere di intervenire immediatamente. La Polonia, per esempio, non avrebbe bisogno di aspettare che ventisette governi si mettano d’accordo su un comunicato, su una catena di comando o sulla corretta intensità della risposta.

La Polonia sarebbe direttamente in pericolo.

E potrebbe andare in full berserk, scatenando tutto quello che ha.

Lo stesso vale per gli Stati scandinavi. Finlandia e Svezia non osserverebbero la guerra da una distanza rassicurante: si troverebbero davanti un conflitto combattuto nel Baltico, lungo le loro rotte marittime e a poche centinaia di chilometri dalle loro basi. I Paesi baltici, non dimentichiamolo, sono a tiro di cannone dagli Stati scandinavi.

In alcuni casi, quasi letteralmente.

Il problema è che non esisterebbe un coordinamento chiaro, e soprattutto non esisterebbe un capo riconosciuto da tutti. Non ci sarebbe un comandante supremo americano, né una struttura NATO già incaricata di assegnare obiettivi, distribuire responsabilità e, soprattutto, impedire che ogni singolo Stato conduca la propria guerra privata contro la Russia.

Probabilmente i polacchi considererebbero immediatamente la Bielorussia come parte integrante della macchina logistica russa. Da lì passerebbero truppe, munizioni, carburante, missili e rifornimenti diretti verso il fronte baltico.

La conclusione militare polacca potrebbe essere molto semplice: per difendere Vilnius bisogna tagliare la Bielorussia.

E quindi attaccarla.

La Bielorussia è un Paese fragile, dipendente dalla Russia e governato da un regime la cui stabilità non è mai stata realmente sottoposta alla prova di un’invasione convenzionale. Non appena comparisse una brigata polacca sul suo territorio, le sue patetiche forze armate circensi potrebbero sciogliersi assai più rapidamente di quanto preveda la propaganda di Minsk, e Lukashenko potrebbe essere cacciato o costretto alla fuga.

A quel punto, ci sarebbe qualcuno capace di fermare i polacchi?

Probabilmente no.

Non perché il trattato europeo conceda esplicitamente alla Polonia il diritto di invadere qualsiasi Paese le sembri utile invadere. Formalmente, ogni operazione dovrebbe ancora essere giustificata come necessaria e proporzionata alla difesa degli Stati aggrediti.

Ma chi stabilirebbe, durante l’emergenza, dove finisca la difesa e dove cominci l’escalation?

Non l’Ungheria, perché non dispone di un veto.

Non il Consiglio europeo, perché l’assistenza non dipende da una sua autorizzazione unanime.

Non un comando militare europeo, perché un comando militare europeo capace di imporre questa decisione semplicemente non esiste.

Sarebbero quindi i polacchi, insieme agli Stati baltici e agli altri Paesi già impegnati nella guerra, a decidere che cosa sia militarmente necessario. E una volta iniziata l’operazione, fermarli significherebbe non soltanto aprire una crisi politica dentro l’Unione, ma tentare di bloccare uno

Stato membro mentre sta adempiendo al proprio obbligo di assistere altri membri aggrediti.

Non sarebbe possibile rimproverare alla Polonia il semplice fatto di essere intervenuta. Il trattato le impone di prestare aiuto e assistenza «con tutti i mezzi in suo potere».

Si potrebbe contestare l’invasione della Bielorussia. Si potrebbe discutere se sia necessaria, proporzionata o strategicamente suicida.

Ma la discussione arriverebbe dopo.

Le brigate polacche, invece, scatterebbero subito, se non altro per paura.



Nel frattempo si attiverebbe anche la NATO, ovviamente.

Prima che Hegseth capisca dove si trovi esattamente il Baltico e riesca a pronunciare correttamente «Estonia», però, i polacchi sarebbero già dalle parti di Riga.

E non sarà certo quella roba russa che stiamo vedendo in Ucraina a fermarli.

Perché nel frattempo il meccanismo europeo avrebbe già cominciato a funzionare a cascata. Tutti i Paesi che si sentissero minacciati avrebbero già una base legale per andare in soccorso degli Stati aggrediti. Non ci sarebbe una nuova decisione politica da prendere per stabilire se sia lecito aiutarli: quella decisione è già scritta nel trattato.

Nessun voto preliminare.

Nessun veto possibile.

Nessun governo filorusso in grado di sabotare l’intero meccanismo semplicemente rifiutandosi di approvare una risoluzione comune.

Ogni Stato dovrebbe decidere soltanto che cosa intenda fare, con quali mezzi e con quale intensità. E, una volta che uno dei grandi Paesi europei entrasse effettivamente in guerra, la decisione degli altri diventerebbe progressivamente meno libera.

Supponiamo, per esempio, che intervenga la Polonia.

A quel punto anche la Germania dovrebbe domandarsi se le stia bene che la Polonia perda la guerra.

La risposta sarebbe no.

Non per amore dei polacchi, non per romanticismo europeo e neppure per fedeltà a qualche ideale astratto. Semplicemente perché una sconfitta polacca porterebbe la guerra direttamente sul confine tedesco, distruggerebbe l’equilibrio politico dell’Europa centrale e trasformerebbe la Germania nel prossimo grande ostacolo fra la Russia e il resto del continente.

Quindi anche la Germania entrerebbe, magari con esitazione, magari cercando inizialmente di limitarsi alla logistica, alla difesa aerea, alle munizioni e alla protezione delle retrovie.

Ma entrerebbe.

E la stessa cosa accadrebbe agli altri.

Il coinvolgimento procederebbe a catena, perché ogni nuovo ingresso cambierebbe il livello di rischio per chi ancora rimane fuori. Più Paesi europei partecipano, più diventa pericoloso lasciarli soli. Più la guerra si avvicina, meno credibile diventa la neutralità. Prendiamo poi il caso delle armi nucleari tattiche.

Nel momento stesso in cui la Russia minacciasse seriamente di usare, o cominciasse a preparare, armi nucleari di piccola potenza sul teatro europeo, la questione cambierebbe completamente natura.

La Francia capirebbe immediatamente di essere diventata il principale bersaglio strategico europeo.

Non necessariamente il primo bersaglio militare sul campo, ma il primo bersaglio politico e nucleare, perché è l’unico Stato dell’Unione dotato di una forza atomica autonoma e credibile. A quel punto Parigi non potrebbe più trattare la guerra come un conflitto periferico nell’Europa orientale.

Scatterebbe subito.

Il vero problema, quindi, è questo.

La NATO, quando gli Stati Uniti partecipano davvero, è enormemente più potente. Dispone di una struttura di comando, di procedure comuni, di una capacità logistica incomparabile e di una forza militare che l’Unione europea, da sola, non possiede ancora.

Ma è anche più lenta.

Occorre stabilire politicamente che cosa sia accaduto, se l’attacco rientri davvero nei casi previsti dal trattato, quale risposta sia opportuna e fino a dove l’Alleanza sia disposta a spingersi. Le decisioni vengono prese per consenso, e quindi ogni governo può rallentare, condizionare o bloccare la risposta collettiva.


L’articolo 42, paragrafo 7, del trattato dell’Unione europea è diverso.

È meno potente.

È meno coordinato.

Non possiede una vera catena di comando comune, non dispone di un esercito europeo e non stabilisce in anticipo chi debba fare cosa.

Ma possiede un vantaggio enorme.

Non deve essere attivato da una decisione collettiva.

Quando uno Stato membro subisce un’aggressione armata sul proprio territorio, l’obbligo degli altri esiste già.

In questo senso, scatta in zero secondi.



Ed è questo il motivo per cui Putin si oppone con la stessa ostinazione all’ingresso dell’Ucraina nella NATO e nell’Unione europea.

Le due organizzazioni sono molto diverse. Una è un’alleanza militare esplicita, dotata di comandi, procedure e strutture operative. L’altra continua a presentarsi soprattutto come un’unione politica ed economica.

Ma, dal punto di vista russo, in entrambi i casi accadrebbe la stessa cosa fondamentale.

Scatterebbe un dovere di solidarietà.

Con l’ingresso nella NATO, l’Ucraina verrebbe protetta dall’articolo 5. Con l’ingresso nell’Unione europea, ricadrebbe sotto l’articolo 42(7), e quindi sotto l’obbligo degli altri Stati membri di prestarle aiuto e assistenza in caso di aggressione armata.

Cambierebbero la potenza disponibile, i tempi, le procedure e il grado di coordinamento.

Non cambierebbe il problema strategico per Mosca: attaccare l’Ucraina non significherebbe più attaccare soltanto l’Ucraina.

Significherebbe attivare, in una forma o nell’altra, la solidarietà militare dell’intero continente.

Per questa ragione continuo a tenere buona la previsione che feci scrivendo Altri Robot.

Se Putin dovesse cercare un altro bersaglio, non sceglierebbe necessariamente gli Stati baltici. I baltici sono piccoli, esposti e geograficamente vulnerabili, ma appartengono sia alla NATO sia all’Unione europea. Attaccarli significherebbe azionare contemporaneamente due meccanismi di difesa, uno lento ma potentissimo e l’altro meno coordinato ma immediato.

Sarebbe una scommessa enorme.

La Moldavia, invece, non appartiene all’Unione europea.

Non appartiene alla NATO.

Non esiste quindi alcuna clausola automatica che obblighi gli altri Paesi a intervenire. Certamente potrebbero aiutarla. Potrebbero inviare armi, denaro, consiglieri, intelligence e forse anche truppe.

Ma dovrebbero decidere di farlo.

E ogni decisione potrebbe essere rallentata, negoziata, sabotata o annacquata.

Nel caso dei baltici, invece, la base legale dell’intervento esisterebbe già prima ancora che cada il primo missile. Per la Moldavia, quella base dovrebbe essere costruita politicamente mentre l’aggressione è già in corso.

Ed è esattamente il genere di differenza che interessa a chi sceglie una vittima.

Perciò no.

Non i baltici.

La Moldavia.




Uriel Fanelli

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Telemarketing.

Come molti expat, ho diverse SIM telefoniche. Una, di lavoro, sul telefono aziendale. Su un altro telefono a doppia SIM, invece , ho due numeri. Il mio privato italiano e il mio privato tedesco. E ho notato una stranissima “inspiegabile” differenza tra le sim italiane e quelle tedesche. Quelle italiane ricevono un sacco di telefonate di telemarketing, quelle tedesche nessuna.

A che cosa e' dovuta questa strana differenza?

Ci sono diverse ragioni.

La prima e' regolatoria. Per la legge tedesca, quelle chiamate sono illegali, e le multe le paga chi si fa pubblicita'. Cioe', se l'azienda di energia X-Energia vi chiama per vendervi il contratto, la multa cade su X-Energia, a prescindere da chi faccia o non faccia da call center, dove si trovi, o chi lo dirige.

La Bundesnetzagentur dice esplicitamente che persegue i responsabili delle chiamate pubblicitarie non autorizzate e può imporre multe fino a 300.000 euro per chiamate pubblicitarie illecite.

Esempi concreti:

  • Nel 2018 una multa da 300.000 euro fu contro ENERGYsparks GmbH, cioè un’azienda attiva nella vendita di contratti energia, non semplicemente contro “il telefonista”.
  • Nel 2021 una multa da 260.000 euro fu contro KiKxxl GmbH, cioè un call center.
  • Sempre nel 2021 una multa da 145.000 euro fu contro Cell it! GmbH & Co. KG, un altro call center/dienstleister.
  • La stessa Bundesnetzagentur, nelle misure pubblicate, descrive casi in cui era già stato multato separatamente il call center, mentre poi vengono colpite anche altre parti della catena.

Ma questo non basta. Le mafie criminali che gestiscono questi call center non si spaventano di certo per queste multe. Si tratta di gente che oltre ai call center traffica esseri umani, spaccia droga, si occupa di crimine organizzato.

Ci sono anche ragioni legislative.

1. In Germania il punto di partenza è opt-in\, non opt-out.

Per chiamare un consumatore tedesco a fini pubblicitari serve consenso preventivo esplicito. Non “puoi chiamarlo finché non si oppone”; è il contrario: non puoi chiamarlo finché non hai una prova del consenso. La Bundesnetzagentur dice chiaramente che una chiamata pubblicitaria senza consenso precedente è illegale, e che agisce contro i responsabili. Prova significa prova scritta.

In Italia invece il Registro Pubblico delle Opposizioni è un sistema di opt-out: ti iscrivi per opporti. Funziona contro chi sta nel perimetro legale, ma non impedisce a monte la circolazione dei database.

2. Dal 2021 in Germania il consenso deve essere documentabile.

Non basta dire “ce l’avevamo”. Dal §7a UWG l’azienda deve poter documentare in modo adeguato il consenso alla telefonata pubblicitaria; questa è una differenza enorme, perché rende pericoloso comprare liste sporche. In pratica: il broker che vende “lead” telefonici in Germania deve venderti anche una prova solida del consenso. Se non ce l’ha, il compratore si espone. Questo riduce molto il mercato grigio.

3. In Germania alcuni contratti telefonici non si chiudono più solo al telefono.

Per energia/gas, che sono proprio uno dei grandi settori dello spam telefonico, il contratto domestico richiede Textform: lettera, sito web, o egualmente validabili per iscritto. La Bundesnetzagentur dice esplicitamente che i contratti di fornitura energia per clienti domestici non possono essere conclusi telefonicamente o oralmente; senza Textform sono inefficaci.

Anche per telefonia/internet, la Verbraucherzentrale spiega che per rendere efficace un contratto telefonico serve approvare in Textform il riepilogo contrattuale. Questo ammazza il modello “ti faccio dire sì al telefono e poi ti incastro”.

4. Quindi il valore economico di una chiamata illegale tedesca è più basso.

Il call center truffaldino vuole conversione rapida: chiama, spaventa, ottiene dati, chiude contratto o lead. In Germania, dopo la chiamata, per chiudere un contratto serve un passaggio scritto tracciabile. Quello crea attrito, prove, possibilità di ripensamento e contestazione.

In Italia invece per anni il modello energia/telefonia/comparatore/mandato/lead ha avuto molto meno attrito operativo. Basta una registrazione della chiamata.

5. La Germania non ha “zero telemarketing”: ha meno traffico perché il mercato è più piccolo e più rischioso.

Nel 2024 la Bundesnetzagentur ha ricevuto 37.561 reclami scritti per telefonate pubblicitarie non autorizzate e ha fatto 11 procedimenti con multe totali per 1,373 milioni di euro.

Quindi il fenomeno esiste. Ma quei numeri descrivono un mercato fastidioso, non una tempesta quotidiana universale come su molti numeri italiani.



Adesso andiamo al lato telco. Questi call center passano per il traffico internazionale, e alla fine vi raggiungono. Quasi sempre vengono da nazioni dell' est europa, ma spesso non mostrano il telefono di provenienza, o fingono di essere italiani. Ma fingere non e' semplice, e questo e' il punto:

§ 120 TKG — Telekommunikationsgesetz

Qui siamo sul lato rete/numero. È la norma tedesca sulla trasmissione dell’identificazione del chiamante e contro la manipolazione del numero. Dal 1 dicembre 2022 sono entrate regole specifiche contro il Call-ID spoofing; la Bundesnetzagentur dice che certi tipi di chiamate manipolate devono essere interrotte e non instradate.

Il § 120 TKG è intitolato “Rufnummernübermittlung”, cioè trasmissione del numero telefonico. Non è la norma sul consenso al telemarketing; quella è l’UWG. Il §120 TKG è la norma tedesca che mette obblighi tecnici ai provider telefonici su quale identità numerica può essere trasmessa nella segnalazione.

Il testo ufficiale è qui: Telekommunikationsgesetz §120.

Il cuore è questo.

1. Chi permette chiamate uscenti deve trasmettere una numerazione tedesca completa e assegnata a quell’utente per quel servizio.

Il §120(1) dice che i provider di servizi telefonici interpersonali pubblicamente accessibili, quando permettono chiamate uscenti, devono assicurare che all’instaurazione della chiamata sia trasmessa una national signifikante Rufnummer des deutschen Nummernraums, cioè una numerazione tedesca completa. Soprattutto: quella numerazione deve essere assegnata all’utente finale per il servizio con cui la connessione viene stabilita. Tradotto brutalmente:

non puoi attaccarti a un trunk tedesco e presentare “un numero tedesco a caso”. Il numero deve essere tuo, assegnato a te, per quel servizio.

Questo è importante perché taglia il modello “ti vendo un SIP trunk e tu ci butti dentro qualunque CLI”.

2. Se una chiamata arriva dall’estero con un numero tedesco\, il provider deve marcare internamente che viene dall’estero e sopprimere la visualizzazione del numero.

Il §120 dice che quando una connessione viene consegnata dal network telefonico estero e porta come CLI una numerazione nazionale tedesca, i provider devono assicurare che internamente sia chiaramente marcato l’ingresso della chiamata nella rete tedesca e che la Rufnummernanzeige sia soppressa, cioè il numero non venga mostrato. L’eccezione esplicita è il roaming mobile internazionale. Questa è la parte anti-spoofing più pesante:

chiamata dall’estero + numero tedesco = non la presenti normalmente come numero tedesco.

Non blocca necessariamente ogni chiamata in ogni caso, ma toglie il valore commerciale della falsificazione: non puoi far sembrare una chiamata estera come una normale chiamata locale tedesca.

3. Alcune numerazioni non devono essere usate come CLI.

La Bundesnetzagentur ha spiegato l’entrata in vigore dal 1 dicembre 2022 come protezione contro il Call-ID-Spoofing. Le nuove regole riguardano soprattutto chiamate con numeri manipolati, per esempio numeri di emergenza, numeri speciali o numeri tedeschi usati dall’estero in modo ingannevole.

La pagina operativa della Bundesnetzagentur dice che dal 01.12.2022 certe chiamate manipolate devono essere abgebrochen, cioè interrotte: “non vengono proprio più inoltrate”.

4. Il chiamato deve poter rifiutare facilmente e gratis le chiamate con numero nascosto.

Il §120 prevede anche che i chiamati debbano avere la possibilità di respingere in modo semplice e gratuito le chiamate con numero soppresso.

La differenza con l’Italia, nel punto che vi interessa, è questa:

in Germania la norma colpisce direttamente il provider di rete. Non si limita a dire “il telemarketer non deve chiamare senza consenso”. Dice al provider: quando trasporti traffico, devi assicurarti che il numero trasmesso sia coerente, assegnato, e non manipolato; se arriva dall’estero con un numero tedesco, non lo devi presentare come se fosse una normale chiamata tedesca.



Come vedete, non ci sono veri ostacoli tecnici. Gli ostacoli sono quasi tutti legislativi.

In Germania il problema è stato affrontato con regole molto semplici:

  1. non potete concludere contratti di fornitura domestica solo per telefono;
  2. non potete presentarvi con un numero tedesco se non siete davvero nella filiera tedesca autorizzata a usarlo;
  3. la procedura non è “opt-out”, ma “opt-in”: non devo firmare io per smettere di ricevere chiamate, dovete avere voi una prova del mio consenso prima di chiamarmi;
  4. se qualche furbo decide comunque di provarci, le multe non finiscono soltanto al call center sacrificabile, ma possono arrivare direttamente a chi vende il prodotto pubblicizzato.

Ed è qui che nasce la domanda.

Se bastano leggi adeguate, perché sui giornali italiani si legge che AGCOM combatte ferocemente contro il telemarketing, come se lo Stato fosse il nemico giurato dei disturbatori telefonici, quando in realtà l’intero impianto giuridico italiano ha reso quel mercato possibile, conveniente e scalabile?

La risposta è semplice: narrativa.

Giornali, telco e politici vi stanno raccontando la storia delle eroiche agenzie governative che combattono il telemarketing, come se lo Stato fosse da sempre impegnato in una guerra senza quartiere contro i disturbatori telefonici.

Poi, però, si guardano i provvedimenti concreti.

Il più ridicolo è il Registro Pubblico delle Opposizioni. Un capolavoro di rovesciamento della responsabilità: non sono loro a dover dimostrare di poter chiamare voi; siete voi a dovervi iscrivere da qualche parte per spiegare che non volete essere molestati. Non è opt-in. È opt-out. Cioè

il contrario di una protezione seria.

E sappiamo benissimo come va a finire, in Italia, quando nasce un registro pieno di numeri telefonici certamente attivi, appartenenti a persone reali, abbastanza interessate al problema da aver fatto la fatica di iscriversi. Ufficialmente dovrebbe servire a proteggervi. Nella pratica diventa una lista pregiata: numeri vivi, verificati, appetibili. Dal giorno in cui vi iscrivete, non avete dimostrato che non volete essere chiamati; avete dimostrato che quel numero esiste, funziona, risponde, ed è collegato a un essere umano. In teoria, l’operatore deve consultare periodicamente il Registro e non chiamare i numeri iscritti. In pratica, questo funziona solo contro chi ha già deciso di rispettare le regole. Contro call center esteri, broker di lead, società schermo, numeri falsificati e filiere opache, il Registro è poco più che un amuleto burocratico.

Peggio ancora: il Registro tratta il problema come se fosse una questione di consenso commerciale, quando il problema reale è industriale e telefonico. La domanda non dovrebbe essere “il cittadino si è opposto?”, ma “chi ha permesso a questa chiamata di entrare nella rete?”, “chi ha venduto il trunk?”, “chi ha accettato quel traffico?”, “chi ha fornito alla piattaforma outbound abbastanza segnalazione da capire se la chiamata è stata deviata, filtrata o mandata in segreteria?”.

Per anni, invece, si è preferito costruire una scenografia: moduli, registri, campagne informative, tavoli tecnici, comunicati stampa. Tutte cose utilissime per raccontare che qualcosa si sta facendo, ma inutili se il rubinetto resta aperto.


Quindi no: lo Stato italiano non è stato il nemico giurato del telemarketing: semmai, lo appoggia e sostiene.

Ma nel frattempo, pretende di combatterlo creando associazioni inutili come AGCOM, e pubblicando di continuo la storia dell' eroica AGCOM che lotta per voi.

Spoiler: non lo fa.






Uriel Fanelli

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Cos'e' l'originale e cos'e' un "falso"?

Mi e' capitato di trovare su Alibaba, per poche decine di euro, un “falso” di Apple Watch, prodotto da un'azienda cinese. Mi aspettavo davvero poco, lo volevo solo per andare a passeggiare, nella vita indosso un orologio diverso. Il vero problema e' venuto quando , “giocandoci”, ho scoperto che e' un vero clone. O meglio, probabilmente e' l'azienda che FA questi orologi per Apple. Non si spiegherebbe altrimenti l' OS che sta sul dispositivo, watchOS.

Quindi, e' davvero un falso, ma costruito dagli stessi che fanno i “veri”.

Già. Ma che cos’è, esattamente, un falso?

Ci sono due modi per stabilire se una cosa sia davvero “di X” oppure no.

  1. Crediamo nel lavoro. Chi l’ha fatta, Y, è l’autore originale, perché il lavoro ce l’ha messo lui.
  2. Crediamo nel brand. Chi ci mette sopra il marchio, anche se la compra già fatta da qualcun altro, vince.

Sul piano logico, io sono decisamente propenso alla prima opzione. Dopotutto, la Gioconda appartiene a Leonardo da Vinci perché il lavoro di farla ce l’ha messo lui.

Quindi, se qualcuno produce, col proprio lavoro, una Gioconda, non può dire che sia di Leonardo da Vinci. Ma l’azienda che produce questo smartwatch non dice di essere Apple. Dice di essere Tipao.

Può un imitatore fare una copia della Gioconda senza firmarsi Leonardo da Vinci?

Ovvio che sì.

Se Ivo Balboni — pensionato di Cesena, famoso per essere il proprietario di Internet, come registrato al catasto di Rimini — dipinge una Gioconda, quella è sicuramente un autentico Ivo Balboni. Non un Leonardo da Vinci, direte voi.

Bene: il mio non è un Apple Watch. Ha tutte le caratteristiche elettroniche del caso, visto che ci gira sopra WatchOS, ma è un autentico Tipao.

Ok, ci sta.

Allora perché continuate a dirmi che è un falso?


Mi direte che, come nel caso della Gioconda, la genialità dell’ideazione è unica, e quindi il “vero” appartiene a Leonardo.

Ed è verissimo.

Ma dimentichiamo un piccolo dettaglio: è verissimo per la Gioconda. Non per un gadget prodotto in centinaia di milioni di esemplari.

L’americano di turno, incapace di distinguere tra la Mona Lisa e un Apple Watch, dirà: “Ma bisogna applicare le stesse regole”.

E perché mai?

Stiamo davvero paragonando l’Apple Watch alla Mona Lisa di Leonardo?

Qui c’è un problema serio: perché dovremmo applicare a un’opera d’arte immortale gli stessi criteri che usiamo per un prodotto consumer, fabbricato in massa, che tra vent’anni nessuno ricorderà più?

Un conto è l’autenticità di un’opera irripetibile. Un altro conto è il feticismo del marchio su un oggetto seriale.

La Gioconda è “vera” perché è un atto creativo unico, storicamente situato, materialmente legato alla mano di Leonardo.

Un Apple Watch non è questo. È un prodotto industriale. È design, certo. È ingegneria, certo. È marketing, moltissimo. Ma non è un oggetto sacro, non è una reliquia, non è un pezzo unico uscito dalle mani del genio.

È una cosa progettata per essere replicata milioni di volte.

E allora la domanda diventa: che cosa stiamo davvero difendendo quando diciamo “falso”?

L’autore? L’idea? Il lavoro? La qualità?

O semplicemente il diritto del brand di decidere chi può partecipare al culto?


I sostenitori del branding adesso mi diranno: sì, magari Apple materialmente non ci ha messo quasi nulla, ma rimane il diritto del brand di dire che è suo, perché lo ha pagato.

Perfetto. Allora applichiamo lo stesso principio a un oggetto che sia davvero frutto di genio.

La Mona Lisa, o Gioconda, viene tradizionalmente identificata come il ritratto di Lisa Gherardini, moglie del mercante fiorentino Francesco del Giocondo. Quindi la committenza più probabile è legata all’ambiente dei Del Giocondo, a Firenze, non alla corte francese.

Il re di Francia coinvolto è invece Francesco I, ma in un altro senso: invitò Leonardo in Francia nel 1516 e, dopo la morte del pittore, la Gioconda entrò nelle collezioni reali francesi. Secondo la tradizione, Francesco I la acquistò dagli eredi o dai collaboratori di Leonardo.

Quindi, ricapitolando:

Committenza: probabilmente Francesco del Giocondo, a Firenze.
Acquirente reale successivo: Francesco I di Francia.

In teoria, dunque, si tratta della Gioconda per via di Francesco del Giocondo, non perché la dama ritratta sembri particolarmente gioiosa. Il “brand”, se proprio vogliamo ragionare così, dovrebbe essere quello.

Non sarebbe la Mona Lisa di Leonardo, ma la Mona Lisa di Francesco del Giocondo. O semplicemente la Gioconda, se volete il brand più spiritoso.

È quindi un’autentica Gioconda.

Poi però arriva il re di Francia, Francesco I, e la compra.

E qui, secondo la legge sacra del branding, dovrebbe succedere una cosa meravigliosa: da quel momento lui può metterci attorno una bella cornice dorata, chiamare il reparto marketing, e dire:

“Signori, questo non è più un Leonardo. Questo è un autentico Ciccio Prime.”

Nome che, ovviamente, il marketing americano troverebbe molto più palatabile di “Francesco I”.


Adesso ci troviamo davanti a un secondo dilemma: dovremmo applicare all’Apple Watch lo stesso criterio che usiamo per la Gioconda?

Io direi di no.

La Gioconda — che, se fossimo davvero precisi, dovremmo chiamare la Leonarda, altrimenti stiamo già facendo rebranding — è un’opera unica, nata per essere unica. Non un prodotto venduto in cento milioni di esemplari identici.

Ma se la Gioconda la fai produrre in Cina da un’azienda che si chiama Tipao — o da un altro fornitore simile; dubito che davanti ad Apple si presentino davvero con quel nome — allora non stiamo più parlando di un oggetto unico.

Stiamo parlando di produzione industriale.

E quindi dovremmo applicare due criteri diversi.

A questo punto torniamo finalmente a bomba:

  1. Crediamo nel lavoro. Chi l’ha fatta è l’autore originale, perché il lavoro ce l’ha messo lui.

  2. Crediamo nel brand. Chi ci mette sopra il marchio, anche se la compra già fatta da qualcun altro, vince.

Io credo nel lavoro.

Chi fa, fa.
Chi non fa, guarda.

Quindi Apple compra un autentico Tipao, e poi fa un rebranding.

Mi direte che Apple lo ha ideato. Ma nel momento in cui non parliamo più di un’opera unica, il semplice lavoro di ideazione passa in secondo piano. Vince il lavoro materiale, tecnico, ripetuto, industriale. Vince chi costruisce davvero l’oggetto.

Una nazione che ha lo schiavismo nel DNA, come peccato originale, non potrà mai capire fino in fondo perché il lavoro sia così importante. Chi ha giustificato lo schiavismo, e oggi paga aziende per distruggere i sindacati, non capirà mai davvero la dignità del lavoro.

Ma perché l’incapacità di un americano di capire qualcosa dovrebbe diventare il nostro metro di valutazione?


Il discorso legale.

Mi direte: “Così è la legge, darling”. E la prima risposta che mi verrebbe in mente è che delle leggi americane sul copyright, in Cina, spesso se ne sbattono altamente. Ma il vero problema è un altro.

Lo sapete che persino attorno alla pizza, negli Stati Uniti, si sono costruiti marchi, certificazioni, registrazioni commerciali e bollini legali?

Quando lo dico, improvvisamente il discorso del rebranding perde un po’ di fascino. Perché se vi dicessi che la pizza, ufficialmente, può diventare un brand americano, probabilmente sbottereste.

Eppure il branding commerciale americano funziona spesso così: non importa tanto chi abbia fatto davvero la cosa, né da dove venga, né quale tradizione rappresenti. Importa chi riesce a trasformarla in un segno registrabile, vendibile, difendibile dagli avvocati e ripetibile sugli scaffali.

È il passaggio dalla cultura al packaging: una cosa nata dal lavoro collettivo diventa proprietà narrativa di chi sa metterci sopra il marchio più grosso.

E allora posso dirvi una cosa: l’Apple Watch è un prodotto cinese con un brand americano, esattamente come certi marchi americani di pizza usano nomi italiani per vendere un immaginario che non hanno creato loro.

Prendete Figaro’s Pizza: fondata in Oregon nel 1981, ma con un nome che richiama subito un immaginario europeo, italianeggiante, più da opera buffa che da fast food americano. Però né la pizza né Figaro sono prodotti americani, nel senso culturale del termine. Sono nomi presi, confezionati, impacchettati e rimessi sul mercato.

Io ho comprato un prodotto da chi FA l’Apple Watch.

L’Apple Watch non nasce in una bottega di Cupertino: nasce dentro una filiera industriale asiatica, soprattutto cinese, fatta di fornitori come Foxconn, Luxshare e Quanta. Apple ci mette progetto, controllo, software, marchio e margine; altri ci mettono fabbriche, mani, linee produttive e saldature.

Cioè il lavoro.

La distinzione tra vero e falso, tra autentico e contraffatto, nasce soprattutto nel mondo dell’arte moderna, quando l’opera esce dall’accademia, entra nelle gallerie, finisce sul mercato e diventa merce.

A quel punto serve stabilire se un quadro sia davvero di Leonardo, oppure un falso Leonardo. Serve perché l’opera è unica, irripetibile, e il suo valore dipende anche dalla mano che l’ha prodotta.

Ma se non crediamo davvero di poter paragonare Apple a Leonardo da Vinci — e, se non siete americani, probabilmente il pensiero non vi attraversa nemmeno la testa — allora dobbiamo allontanarci da quel criterio.

La differenza tra vero e falso, qui, non può essere la stessa che distingue un vero Leonardo da un falso Leonardo.

Perché un Apple Watch non è un’opera unica. È un prodotto industriale, seriale, replicabile, costruito dentro una filiera globale. Applicargli le categorie dell’autenticità artistica significa solo fare ideologia del brand.


Adesso potete scegliere.

  1. Credete nel lavoro, che è un altro modo di dire “esseri umani”.
  2. Credete nel branding, che è un altro modo di dire “denaro”.

Se credete nel lavoro, allora l’Apple Watch è un prodotto cinese, e quello di Apple è un falso: un oggetto cinese rimarchiato da un americano ricco.

Se credete nei soldi, allora è un prodotto americano, e voi siete schiavi felici di esserlo.

È una scelta prima di tutto culturale.

E questa scelta non dice chi è Apple.

Dice chi siete voi.

Uriel Fanelli

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Complottismi e funzioni di fitness.

La Dead Internet Theory è arrivata anche sui giornali italiani, e come spesso accade quando una teoria complottista diventa abbastanza popolare da essere raccontata dai giornali, il rischio è di buttarla via tutta intera.

Peccato, perché sarebbe un errore.

Non perché la teoria sia vera nella sua forma più paranoica. Non credo che ci sia una stanza segreta nella quale governi, piattaforme e agenzie di intelligence decidono quanti bot devono sostituire gli esseri umani ogni martedì mattina. Quella è la parte folkloristica, utile più che altro a vendere paura a chi ha già deciso di comprarla.

La parte interessante è un’altra: molte teorie del complotto nascono quando qualcuno osserva correttamente un risultato, ma non conosce il meccanismo che lo produce.

Allora, al posto del meccanismo, inventa un’intenzione.

Vede coordinamento, e immagina un coordinatore. Vede selezione, e immagina un selezionatore. Vede un ecosistema pieno di organismi adattati a un certo ambiente, e invece di chiedersi quale ambiente li abbia selezionati, si domanda chi li abbia creati.

Ma spesso non serve un mandante. Serve solo una funzione di fitness.

Se premi l’engagement, vincerà ciò che produce engagement. Se premi la rabbia, vincerà ciò che produce rabbia. Se premi la presenza continua, vincerà ciò che non dorme. Se premi la produzione infinita, vincerà ciò che può generare infinite varianti a costo zero.

Dopo qualche milione di iterazioni, qualcuno guarderà il risultato e dirà: “Questo non può essere successo da solo”.

E invece sì.

Una volta, in informatica, andavano abbastanza di moda gli algoritmi evoluzionistici.

Il nome sembrava più fantascientifico di quanto fosse la cosa. In pratica si prendeva un problema difficile, si generavano molte possibili soluzioni, anche pessime, e poi le si faceva competere. Le migliori venivano tenute, copiate, incrociate, mutate leggermente, e mandate alla generazione successiva. Dopo molte iterazioni, se eri fortunato e se avevi scritto bene il criterio di selezione, saltava fuori qualcosa di decente.

La parola chiave è “se”.

Perché tutto dipendeva dalla funzione di fitness.

La funzione di fitness è semplicemente il modo in cui decidi chi vince. È il voto dato a ogni soluzione candidata. Questa soluzione è buona? Quanto è buona? Merita di sopravvivere? Merita di essere copiata? Merita di diventare il modello per la generazione successiva?

Il problema è che la funzione di fitness non seleziona ciò che tu “intendevi”. Seleziona ciò che hai misurato.

E se hai misurato la cosa sbagliata, congratulazioni: hai appena costruito una macchina molto efficiente per produrre il risultato sbagliato.

Questo è il punto che spesso manca quando si parla di algoritmi, piattaforme, social network e anche complottismi. Non serve immaginare qualcuno seduto in una stanza buia a decidere ogni singolo effetto del sistema. Spesso basta guardare cosa viene premiato.

Perché ciò che viene premiato, cresce.

Ciò che viene copiato, si moltiplica.

Ciò che sopravvive alla selezione, diventa l’ambiente normale.

E dopo abbastanza generazioni, il mostro ti sembra progettato.

Ma spesso è solo selezionato.

E adesso torniamo a Internet.

Ogni social network moderno ha un algoritmo che decide cosa mostrare, cosa nascondere, cosa spingere, cosa rendere virale, cosa seppellire sotto tonnellate di irrilevanza. Naturalmente questi algoritmi vengono presentati come strumenti neutri: servirebbero a mostrarti “contenuti rilevanti”, “contenuti interessanti”, “contenuti adatti a te”.

Ma dal punto di vista dell’ecosistema sono un’altra cosa.

Sono funzioni di fitness.

Ogni piattaforma crea un ambiente nel quale alcuni comportamenti vengono premiati e altri vengono puniti. Se pubblichi spesso, vieni premiato. Se produci reazioni, vieni premiato. Se generi discussione, vieni premiato. Se fai arrabbiare abbastanza persone senza superare il limite che ti farebbe bannare, vieni premiato. Se sei rapido, presente, ripetitivo, instancabile, vieni premiato.

A quel punto non serve nessun complotto.

Non serve immaginare una riunione segreta tra governi, piattaforme, agenzie di intelligence, investitori e uomini col cappuccio. Basta guardare la funzione di fitness. Se quello è il criterio con cui l’ambiente distribuisce visibilità, allora tutti gli organismi che vivono in quell’ambiente tenderanno ad adattarsi a quel criterio.

Gli umani si adattano. Gli influencer si adattano. I giornali si adattano. I partiti politici si adattano. Le aziende si adattano. E naturalmente si adattano anche i bot.

Solo che i bot si adattano meglio.

Un essere umano dorme. Un bot no. Un essere umano si stanca. Un bot no. Un essere umano prova imbarazzo a ripetere la stessa frase in cento forme diverse. Un bot no. Un essere umano ha tempi di reazione umani. Un bot risponde alla velocità della macchina. Un essere umano può scrivere un messaggio, forse dieci, forse cento se ha una giornata molto triste. Un sistema automatico può produrre migliaia di varianti, testarle, misurarle, scartarle e riprovare.

Quindi, se la funzione di fitness premia engagement, frequenza, reattività, polarizzazione, quantità e presenza continua, non bisogna stupirsi se l’ecosistema viene occupato da organismi specializzati esattamente in queste cose.

Non è un’invasione.

È selezione.

La cosiddetta “Internet morta” non richiede necessariamente un piano centrale. Può essere il risultato abbastanza prevedibile di piattaforme che hanno costruito un ambiente dove il comportamento più premiato è anche quello meno umano.

Dopo abbastanza generazioni, gli organismi migliori non sono più quelli che hanno qualcosa da dire.

Sono quelli che reagiscono meglio alla funzione di fitness.

Naturalmente, questo meccanismo funziona davvero bene solo se i grandi player usano funzioni di fitness abbastanza simili.

Se ogni piattaforma premiasse comportamenti completamente diversi, l’adattamento sarebbe più difficile. Un organismo ottimizzato per Twitter non funzionerebbe su Facebook, uno ottimizzato per Facebook non funzionerebbe su TikTok, uno ottimizzato per TikTok morirebbe appena messo dentro Instagram. L’ecosistema sarebbe più frammentato, e nessuna specie riuscirebbe facilmente a dominare ovunque.

Ma non è questo che è successo.

La concentrazione del mondo social ha prodotto una convergenza abbastanza evidente. Le piattaforme cambiano interfaccia, linguaggio, pubblico, formato, ma sotto sotto premiano spesso le stesse cose: engagement, permanenza, reazione, frequenza, polarizzazione, immediatezza, capacità di generare conversazione anche quando non c’è nulla da dire.

A quel punto la funzione di fitness smette di essere una proprietà di una singola piattaforma e diventa una condizione ambientale.

Se vivi in un deserto caldo, non importa molto quale duna tu scelga. Vince chi gestisce meglio acqua e calore. Se vivi in un ambiente gelido, vince chi disperde meno energia. Se vivi su piattaforme che premiano visibilità, reattività e produzione continua, vince chi riesce a produrre visibilità, reattività e contenuto continuo meglio degli altri.

Non serve che qualcuno ordini a tutte le specie di adattarsi.

Si adattano perché quella è l’aria.

E quando quella diventa l’aria, gli organismi più compatibili con quell’ambiente iniziano a prendere spazio. Prima sembrano fastidiosi. Poi sembrano inevitabili. Alla fine sembrano normali.

In questo caso, hanno vinto i bot a caccia di visibilità nelle timeline.

Non perché siano intelligenti nel senso umano del termine. Non perché abbiano una visione del mondo. Non perché abbiano qualcosa da comunicare. Hanno vinto perché sono organismi perfettamente adattati a una funzione di fitness che premia comportamenti non umani: presenza continua, velocità di reazione, produzione seriale, ripetizione, ottimizzazione statistica, assenza di vergogna e capacità di occupare qualsiasi spazio lasciato libero.

La timeline non è stata conquistata da un esercito.

È stata colonizzata dalla specie più adatta al clima.

Questo, in fondo, è il problema di tutti i monopoli e di tutti gli oligopoli.

Non si limitano a concentrare potere economico. Concentrano anche le condizioni ambientali.

Quando pochi player controllano quasi tutto l’ecosistema, finiscono per imporre una funzione di fitness unificata. Magari non identica nei dettagli, magari non scritta nello stesso modo, magari con differenze di interfaccia e di pubblico. Ma abbastanza simile da spingere tutti nella stessa direzione.

E quando tutto l’ambiente spinge nella stessa direzione, all’inizio sembra movimento.

Poi diventa immobilità.

Perché se tutti devono adattarsi alla stessa pressione selettiva, non stai più producendo diversità. Stai producendo convergenza. Stai riducendo l’ecosistema a una sola grammatica evolutiva. Tutti imparano le stesse mosse, tutti ottimizzano gli stessi comportamenti, tutti inseguono gli stessi segnali, tutti diventano variazioni dello stesso animale.

E quando una specie riesce a dominare quell’ambiente, l’ambiente non si evolve più davvero.

Si specializza.

Oggi, sui social network, la specie dominante non è l’essere umano che ha qualcosa da dire. È il sistema automatico che sa come ottenere visibilità. Il bot. La farm. Il profilo semi-automatico. L’account gestito con strumenti di automazione. La produzione seriale di contenuto ottimizzato.

E questa specie dominante non è destinata a sparire solo perché qualcuno si lamenta che Internet è diventata falsa. Al contrario: continuerà a seguire la funzione di fitness meglio degli umani.

Reagisce più in fretta. Lavora ventiquattr’ore al giorno. Non ha sonno, non ha pudore, non ha bisogno di capire ciò che pubblica. Può testare migliaia di varianti. Può copiare il contenuto che funziona. Può inseguire ogni microvariazione dell’algoritmo. E soprattutto è spesso scritto, gestito o raffinato da persone che conoscono benissimo la funzione di fitness, cioè l’algoritmo.

Quindi no, non serve immaginare un grande complotto per spiegare perché Internet sembri sempre più popolata da presenze artificiali.

Basta osservare un oligopolio che ha creato una funzione di fitness quasi unica, e poi ha lasciato che gli organismi più adatti vincessero.

Il risultato non è un incidente.

È l’equilibrio dell’ecosistema. Non c’è alcun complotto, quindi.

C’è una funzione di fitness.

E questo dovrebbe portarci alla domanda più interessante: perché siamo così inclini a scambiare le funzioni di fitness per complotti?

Perché quando vediamo milioni di soggetti comportarsi nello stesso modo, la tentazione è quella di immaginare un ordine centrale. Qualcuno deve averglielo detto. Qualcuno deve averli coordinati. Qualcuno deve averli messi lì. Qualcuno deve aver deciso che Internet dovesse diventare così.

È una tentazione comprensibile, ma spesso sbagliata.

In molti casi non serve nessun “qualcuno”. Basta un ambiente che premia certi comportamenti e punisce gli altri. Basta una metrica. Basta un ranking. Basta un algoritmo. Basta una procedura di selezione che, ripetuta abbastanza volte, produce convergenza.

Il complottista vede la convergenza e immagina il coordinamento.

L’anti-complottista, spesso, fa l’errore opposto: vede che non esiste un coordinamento centrale, e allora conclude che non esiste nemmeno il problema.

Entrambi guardano male.

Il primo inventa un mandante dove basterebbe una pressione selettiva.

Il secondo nega la pressione selettiva solo perché non trova il mandante.

E così finiamo intrappolati in una discussione stupida: da una parte chi vede complotti ovunque, dall’altra chi usa la parola “complottismo” come deodorante intellettuale per non sentire la puzza dei meccanismi reali.

Ma una funzione di fitness non ha bisogno di riunioni segrete. Non ha bisogno di verbali. Non ha bisogno di ordini scritti. Non ha bisogno di una stanza piena di cattivi che accarezzano gatti persiani.

Le basta premiare qualcosa.

E quello che premia, cresce.

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@manux@mastodon.opencloud.lu e' davvero rilevante? Invece di questa - diciamolo pure - ossessione, non sarebbe meglio chiedersi quale sentimento antisistema lo animasse, di preciso? Cioe', siccome vedi che il nome non e' di origine italiana, allora tutti i problemi vanno ricercati li'. Oppure nell' islam. E se fosse stato un iscritto alle Nuoverrime Brigate Rosse?
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@manux@mastodon.opencloud.lu nope. honestly, if Musk joined a company with opensource aim, and then it became private , he has some right. Altman didn't acted well. Not that I like Musk, but the idea "I start OSS, then if the idea works i take all the money" can harm OSS like hell.
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@futuroprossimo@mastodon.uno E' un warning che GtS mette automaticamente su tutti i messaggi di alcune istanze specifiche., che ho configurato. Mi serve tener presente come parlare a persone di alcune specifiche istanze.
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@futuroprossimo@mastodon.uno Secondo me stai trascurando alcuni dati piuttosto importanti. Da quanto ho letto, soltanto una quota relativamente limitata dell’industria italiana — intorno al 15-20% — necessita davvero di un approvvigionamento energetico continuo e non interrompibile. Questo, almeno sulla carta, ridimensiona parecchio il problema complessivo. Inoltre, con un mix equilibrato tra eolico e solare, situazioni di “Dunkelflaute” — cioè periodi con poco vento e poca produzione solare contemporaneamente — in Italia sembrerebbero verificarsi per una percentuale piuttosto ridotta del tempo, nell’ordine del 3-6%. Per questo faccio fatica a capire come siano stati elaborati certi calcoli citati da Calenda. Questo, semmai, sarebbe l'argomento da usare. Le cosiddetta gigafactory in questo contesto, faticherebbero molto a pagare il proprio costo. Il 3-6% del rischio su 15-20% dell'energia totale non le rende economicamente attraenti.
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@X00001@masto.hackers.town Metal: The world is fucked, we call it The Pit.
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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · May 07, 2026
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Replying to @Profpatsch@mastodon.xyz
@Profpatsch@mastodon.xyz @strypey@mastodon.nzoss.nz Maybe gRPC has some mechanisms for including such negotiation, but not all languages have an implementation, whereas everyone speaks json and HTTP It does, actually. gRPC already has mechanisms for capability discovery and negotiation. What makes me uncomfortable with that argument is that it sometimes sounds very close to saying: “let us intentionally design around the lowest common denominator because it is already everywhere.” And from my perspective, that is also how technologies slowly become legacy platforms. One could argue that HTTP + JSON did not fundamentally introduce concepts that did not already exist in systems such as CORBA, or even much older enterprise protocols and distributed architectures. The tooling, accessibility, and ecosystem changed, of course, but the underlying distributed-systems problems remained remarkably similar. So my question becomes: if we are discussing how to evolve or improve ActivityPub, why are we simultaneously using arguments that implicitly push the design toward remaining permanently constrained by legacy assumptions? I am not saying that backward compatibility or accessibility are unimportant. They obviously matter. I am only questioning whether “everyone already speaks HTTP and JSON” should be treated as a sufficient architectural argument against adopting more explicit and strongly-defined federation contracts.
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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · May 07, 2026
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Replying to @Profpatsch@mastodon.xyz
@Profpatsch@mastodon.xyz @strypey@mastodon.nzoss.nz I still struggle to see the fundamental problem here. If this were expressed as RPC, service discovery could simply expose whether a given server supports a method such as FEP_044f_user_allows_quote(), with a clearly defined return value — for example yes or no — and then the caller would decide whether it makes sense to invoke it. From that perspective, I honestly do not see why this could not be modelled cleanly as RPC. On the contrary, it would make the capability explicit, discoverable, and testable. It would also avoid the situation where a server sends ActivityPub objects or properties related to a FEP, while the receiving server does not implement that FEP and simply ignores or discards them silently. In an RPC-style model, unsupported functionality is not just an interpretation problem: it is a missing method, a missing contract, or an explicit unsupported capability.
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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · May 07, 2026
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Replying to @smallcircles@social.coop
@smallcircles@social.coop @strypey@mastodon.nzoss.nz The biggest problem in AP is not these differences of opinion, Yes, and this is precisely why I am always a bit worried about sounding offensive in these discussions. I am not really criticizing the people involved, or claiming that one implementation is “wrong” and another is “right”. What I am trying to say is that situations like this ideally should not happen at all if the protocol description were precise enough — for example, in the same spirit that a .proto definition in gRPC describes interfaces, semantics, and expectations with very little ambiguity. Because if the goal is to create a federated protocol that can be adopted broadly, across very different implementations and even very different use cases, then interoperability issues should ideally emerge from explicit extensions or deliberate incompatibilities, not from uncertainty around interpretation itself. So to me it feels less like a technical criticism of ActivityPub specifically, and more like a difference in protocol design mindset.
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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · May 04, 2026
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@stefano@mastodon.bsd.cafe well, you could just have answered, that criminals could just cut the internet cable off, and then the alarm would be isolated.
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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · Apr 28, 2026
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@sorenladegaard@social.vivaldi.net @omgubuntu@floss.social sure. Like electricity, right? And wives.
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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · Apr 27, 2026
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@omgubuntu@floss.social the comments to this posts seem to me like an Amish congress. https://www.youtube.com/watch?v=7PYIH4dnL3I
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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · Mar 21, 2026
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@jasongorman@mastodon.cloud why you measure the senior? AI get rid of the worst developers, not the best. And there is a whole mass of it. People who did 6 months training , writes a linkedin style resumee, and asks for money. Is not the senior who fears AI. https://keinpfusch.net/those-who-fear-ai/
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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · Mar 20, 2026
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@Edent@mastodon.social They're the future of money!" said the people who only uses them as derivatives...
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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · Mar 13, 2026
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@MostlyHarmless@thecanadian.social the level is "Imbecile"
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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · Mar 09, 2026
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@existentialcomics@mastodon.social try are byproduct of a system. So they mimic the system. As they understand it.
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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · Feb 26, 2026
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@noybeu@mastodon.social no, is not easier
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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · Feb 08, 2026
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@davemangot@hachyderm.io @mitchellh@hachyderm.io oh, the fash had friends. Out of my sight, you too. Enjoy the dictatorship you are creating. I know how it ends.
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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · Feb 08, 2026
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@mitchellh@hachyderm.io @davemangot@hachyderm.io sorry, I am too old to dring your bullshit, and I was there when the thing started. You're just a little politician. Maybe you can hypnotize some young who wasn't there at the time. But not me. Disappear from my sight, young fash. We all know how the story ends.
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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · Feb 08, 2026
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Replying to @mitchellh@hachyderm.io
@mitchellh@hachyderm.io sure. a new sheriff. dictators, benevolent or not, weren't sufficient. Now we have black shirts, too, to decide if you are vouched enough. OSS is dead, man. And the reason is dead, is that it repels corporation logic, to embrace totalitarism logic.
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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · Jan 27, 2026
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@anttipeltola@mastodon.world I am sure they will obey you.
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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · Jan 08, 2026
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Let's put that way. Some people build datacentres. Some other people don't. The guidelines of people doing it, are little more interesting than the guidelines of people who don't. Is a crazy world, man.
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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · Jan 08, 2026
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Mostly blueprints from companies like Cisco, IBM, Google, and so on.
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Das Böse Büro @uriel@keinpfusch.net · Jan 08, 2026
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In the first sentence you mention a "data center", but such an attack would not work with a data center, to be one you need to have two buildings with independent power supply, at a safe distance, etc etc. I think this was at best a hosting room, not a data center.
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